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14 Febbraio 2026

L’OPERAZIONE È RIUSCITA ALLA PERFEZIONE MA IL PAZIENTE È MORTO

deserto scolasticoDimensionamento scolastico. Un bilancio dell’ultima sforbiciata a carico della scuola della Sardegna e delle zone interne

Il nauseante ping pong politico di queste settimane, giocato sulle macerie della scuola sarda, ha visto rimbalzare la palla delle responsabilità delle 9 scuole accorpate, di cui 5 a Nuoro e in Ogliastra, dal tavolo del centrosinistra regionale, colpevole di non aver deciso e avere aperto le porte al commissario, al tavolo del centrodestra nazionale, sordo ad ogni richiesta di concertazione.
Che l’attuale stagione politica sia una delle più cupe nella storia recente della nostra Isola è sotto gli occhi di tutti. Prigioni per mafiosi, riduzione dei benefici per i comuni montani, trasporti e salute inesistenti e, soprattutto, un principio di insularità (art. 119 della Costituzione) rimasto lettera morta sono preoccupanti sintomi di una concezione poco meno che coloniale.

Non dobbiamo tuttavia dimenticare che il dimensionamento scolastico è una creatura del centrosinistra liberista di fine anni ’90. Il termine compare per la prima volta nella Bassanini del ’97 e, da allora, la scuola azienda, posta in un regime semi privatistico di concorrenza ed affidata a una quanto più ristretta élite di dirigenti manager, è la bussola bipartisan di tutta la politica scolastica.
Lo dicono i numeri. Dalle 11.000 scuole del 2005 si è passati alle 7.500 di oggi e arriveremo a 6.000 nel 2030. In Sardegna da 420 a 223 e forse, a 200, come se avessimo perso metà della popolazione. Il centro destra è stato forse un boia più efficiente, ma la condanna è stata unanime.

Oggi ci si nasconde dietro l’alibi delle pretese richieste dell’Europa e del PNRR, ma il dimensionamento è squisitamente Made in Italy e bipartisan.
I miti pedagogici della personalizzazione degli apprendimenti, dei patti di comunità, della scuola delle competenze, rivelano la loro natura ipocrita nel nuovo ecosistema dove i protagonisti della scuola, studenti, docenti, personale, famiglie, a malapena si conoscono tra loro ed entrare in una mega scuola, in qualunque veste, di docente, dipendente, studente, cittadino, assomiglia sempre più a un’esperienza kafkiana.
Nel frattempo i docenti sono diventati rider dell’istruzione, pendolari impazziti da 50mila km all’anno, trascorsi da un plesso all’altro. Se possono, infatti, chiedono il part time o cambiano mestiere. Tanto la macchina dei precari, sempre meno pagati e sempre meno formati, è sempre pronta a sfornare sostituti per questa catena di montaggio dell’ignoranza.

Non dobbiamo, infine, dimenticare neppure che il nostro Commissario, in Sardegna da oltre vent’anni, avrebbe avuto facoltà di compiere il suo intervento in un modo più rispettoso delle debolezze delle aree interne, che conosce bene, per avere iniziato proprio qui il suo percorso dirigenziale. Una volta chiamato a compiere quei tagli che la Regione si è vista respingere dai territori e dai cittadini, ha battezzato come “tecnica” una misura che colpisce quasi esclusivamente la parte più debole del territorio e, pertanto, si configura come inesorabilmente “politica”.

Abbiamo sentito invocare i presunti vincoli PNRR quali «cambiali da pagare, come quando si acquista un’auto super accessoriata», quindi come se il diritto allo studio fosse improvvisamente diventato un lusso. La scuola sarda, poi, godrebbe di «ottima salute». Peccato, non ce ne siamo accorti. Forse la dispersione scolastica, esplicita e implicita, è solo un raffreddore passeggero. Per non dire dei nostri edifici, che tutto il mondo ci invidia.

Ora, il punto è che la scuola non dovrebbe essere oggetto di «narrazioni», né disfattiste né tantomeno trionfalistiche, ma oggetto di cura e tutela. Lo dobbiamo ai nostri giovani e a noi stessi in quanto cittadini.
Sta a noi tutti, poiché è di tutti, riprenderne possesso, senza più abbandonarla alle cure esclusive di Capi, di qualunque natura, tecnica o politica, essi siano.

Gianfranco Meloni

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