TUTTO QUELLO CHE (NON) AVRESTE VOLUTO SAPERE SUL DIMENSIONAMENTO SCOLASTICO
Da Professione Docente n. 2 – marzo 2026
Mentre scrivo queste riflessioni va concludendosi quel che appare come un autentico regolamento di conti tra il Governo nazionale e le quattro regioni “ribelli”, Toscana, Emilia Romagna, Umbria e Sardegna, ree di non avere adottato le delibere di dimensionamento, ossia i tagli alle autonomie scolastiche previsti dalla Legge di bilancio del 2023 [1], secondo la quale, nell’anno scolastico 2026/27, il numero medio di alunni per scuola dovrà corrispondere a 938, con qualche piccolo correttivo percentuale, adottato soprattutto per non dare a qualche dirigente scolastico l’incomodo di risultare perdente posto.
Le regioni presunte ribelli, in realtà, lungi dall’avere voluto ingaggiare una lotta impari contro il vorace Golia del dimensionamento, si sono tutte ritrovate a dover fare i conti con l’unanime opposizione dei sindaci, delle scuole, dei territori, cui potevano solo chiedere con quale arma desiderassero morire e hanno quindi scelto di stare dalla parte dei cittadini.
Conosco abbastanza bene la vicenda, poiché scrivo da una di quelle regioni, la Sardegna, che è per di più un’isola, cui a nulla è servito di avere recentemente ottenuto una modifica dell’art. 119 della Costituzione (principio di insularità) che così recita: la Repubblica riconosce le peculiarità delle Isole e promuove le misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità.
Ma quanto vale oggi la Costituzione per la nostra classe politica?
Ad ogni modo il Governo, sordo ad ogni richiesta di concertazione, ha usato su ciascuna delle quattro regioni l’arma commissariale, incaricando i direttori degli Uffici scolastici regionali di disporre i tagli previsti: 17 in Emilia Romagna, 16 in Toscana, 9 in Sardegna e in Umbria.
Poiché solo in qualche film, purtroppo, i regolamenti di conti li vincono i buoni, non contento di avere comunque portato a casa il risultato, il Governo ha previsto di escludere le regioni commissariate dalla redistribuzione dei fondi che serviranno, giusto per il prossimo anno scolastico, a contenere le conseguenze del taglio sul personale amministrativo e a compensare le maggiori fatiche dei dirigenti con la previsione di esoneri o semi-esoneri per i docenti vicari.[2]
Non dobbiamo poi dimenticare le altre 101 scuole tagliate nelle restanti regioni “diligenti”, che portano, in un solo anno scolastico, a 152 scuole perse nel bollettino di questa folle macchina dei tagli.
Una macchina progettata alla fine degli anni 90, nei cantieri del centro-sinistra, quando ancora la denatalità non appariva neppure nelle più fosche previsioni demografiche – e tantomeno il PNRR – ma si costruiva con miope entusiasmo un nuovo modello di scuola, quello aziendalista.
È allora che compare per la prima volta l’espressione dimensionamento ottimale. Come spesso è accaduto nella recente storia della Repubblica, i progetti (sbagliati) del centro-sinistra, sono efficacemente portati a termine dai cantieri del centro-destra. È qui, infatti, che si avvia la produzione in serie della macchina dei tagli, con la distruzione di migliaia di scuole, soprattutto a partire dall’epoca della Riforma Gelmini e della crisi finanziaria del 2011.
Nel primo decennio dell’epoca della scuola dell’autonomia (fino al 2005), in effetti, il numero delle istituzioni scolastiche in Italia si è attestato, in modo più o meno stabile, intorno a 11.000, mentre nel quindicennio successivo, con una decisa escalation nella recente era PNRR, è precipitato a 8.000, con tutte le intenzioni di arrivare al più che dimezzamento (6.000) entro il 2030.
La nostra rivista è da sempre profondamente critica nei confronti dell’autonomia scolastica, perlomeno nel modo aziendalista in cui è stata fin da subito interpretata e, conseguentemente, del dimensionamento scolastico. Risale alla prima ondata di tagli selvaggi, motivati col PNRR, una mia riflessione, cui rinvio[3], su come la presunta razionalizzazione della rete scolastica sia uno dei più gravi errori dell’accidentata e per certi versi drammatica politica scolastica degli ultimi trent’anni.
Vorrei invece dedicare le restanti righe di queste riflessioni alla confutazione delle principali fake news su cui la propaganda governativa cerca di fondare la pretesa ineluttabilità dei tagli.
La peggiore delle bufale che sostengono le politiche dei tagli è che ce li chieda l’Europa. Non esiste, infatti, alcun collegamento automatico o estrinseco fra i tagli alle scuole e l’erogazione diretta dei fondi PNRR da parte dell’Unione Europea. Il governo italiano, tuttavia, sostiene che la riorganizzazione della rete scolastica sia un obbligo nazionale, collegato all’attuazione del PNRR. Il direttore dell’USR Sardegna, addirittura, in una recente intervista radiofonica, ha dichiarato che la scuola deve accettare di «dover pagare delle cambiali, come quando compri un’auto di lusso»[4].
La verità è che la logica del dimensionamento scolastico nasce alla fine degli anni ’90 ed è coeva e funzionale alla riforma dell’autonomia scolastica, avviata dalla Legge 59/1997 (Bassanini) e poi compiutamente realizzata dal DPR 275/1999, il famoso regolamento dell’autonomia, che stabilisce che questa richieda scuole «con una dimensione organizzativa adeguata»[5].
Per ragionare sui numeri, alla vigilia dell’era Gelmini, nel 2007, le autonomie scolastiche in Italia erano ancora circa 11.000, con una dimensione media di circa 700 alunni per scuola. Cinque anni più tardi erano 8.600, con oltre 900 alunni per scuola.
È solo recentemente, a partire dal 2023, che il dimensionamento, pur non avendo affatto mutato la sua antica radice politica, viene tuttavia presentato in una differente cornice retorica, quella del PNRR e dell’Europa, che ne maschera la vera natura di strumento di spending review tutto Made in Italy.
Il dimensionamento non solo non produce nessun miglioramento della qualità dell’offerta formativa, ma corrode la scuola pubblica statale nei suoi aspetti organizzativi, professionali e pedagogici.
Oltre due terzi degli italiani, compresi gli studenti, non vivono in grandi agglomerati urbani, bensì in cittadine medie e piccole e in aree rurali, per cui la creazione delle mega scuole implica una larga diffusione di autonomie super complesse, caratterizzate da decine di plessi dislocati su più Comuni. Questo da un lato genera un pendolarismo lavorativo forzato, di docenti e personale ATA, che, in presenza di stipendi bassissimi, rende sempre più spesso antieconomico il mestiere, dall’altro rende sempre meno efficienti l’attività amministrativa e sempre più aride e burocratiche le relazioni con l’utenza e col territorio. Il mito della personalizzazione degli apprendimenti, infine, tanto caro a una certa narrazione politica, rivela la sua natura ipocrita se si valuta la difficoltà di realizzarlo in un ecosistema dove i protagonisti della scuola, studenti, docenti, personale, famiglie, a malapena si conoscono tra loro ed entrare in una mega scuola, in qualunque veste, di docente, dipendente, studente, cittadino, assomiglia sempre più a un’esperienza kafkiana.
L’associazione di categoria dei dirigenti scolastici è l’unico segmento, ultra-minoritario, del mondo della scuola (circa 7.000 dirigenti a fronte di oltre 1 milione di dipendenti, docenti e ATA) a ritenere che «il dimensionamento non faccia danni», dal momento che il suo obiettivo è da sempre quello di rafforzare retribuzione e poteri della figura manageriale, ritenendo quindi suo legittimo interesse assecondare la sua evoluzione in senso quanto più elitario e gerarchico possibile.
Il presidente dell’ANP Sardegna, per esempio, commentando la vasta mobilitazione di sindacati, amministrazioni locali e società civile contro i tagli commissariali apportati nell’Isola, sostiene che per i dirigenti «non cambia nulla (…) e da un punto di vista numerico non c’è alcun problema»[6].
Forse si può riconoscere un paradossale fondo di verità in queste dichiarazioni.
Di dirigenti manager le scuole non hanno proprio alcuna necessità, poiché basterebbe affidarle alla guida di un preside elettivo, individuato in seno al collegio dei docenti e alle cure di una segreteria dedicata ad alunni e didattica, senza più il macigno burocratico delle pratiche di pensione, ricostruzione di carriera, graduatorie provinciali. Della direzione e della gestione generale, infatti, potrebbe tornare ad occuparsi l’Ufficio scolastico provinciale, rinforzato nei ranghi e certamente più capace di corrispondere alle esigenze amministrative di quanto non riesca uno stuolo di (molto) piccoli manager che da un lato fanno fatica a sostenere il peso di pratiche che richiedono grande specializzazione e dall’altro non sono più in grado di garantire alle loro scuole un’identità pedagogica, ossia il risultato più importante che ci si dovrebbe attendere da loro[7].
Forse, da queste macerie del dimensionamento scolastico e dal fallimento della scuola azienda, potrà germogliare finalmente la storica battaglia della Gilda per il preside elettivo e, soprattutto, per un ritorno ad una scuola intesa come istituzione della Repubblica e non come azienda.
Gianfranco Meloni
[1] La Legge di bilancio 2023 ha stabilito tale previsione in ottemperanza al Decreto Interministeriale (MIM e MEF) n. 127 del 30.06.2023, https://www.mim.gov.it/-/decreto-ministeriale-n-127-del-30-giugno-2023
[2] La Nuova Sardegna del 5 febbraio 2026, Dimensionamento scolastico. La Sardegna tagliata fuori dai fondi PNRR. https://www.lanuovasardegna.it/regione/2026/02/05/news/dimensionamento-scolastico-la-sardegna-tagliata-fuori-dai-fondi-pnrr-lai-inaccettabile-il-governo-torni-indietro-1.100827427
[3] Megascuole e personalizzazione, il nuovo ossimoro della scuola azienda, Professione Docente – settembre 2023
https://gildaprofessionedocente.it/public/news/documenti/1120_t64wq.pdf
[4]Intervista al direttore USR Sardegna Feliziani su Radio Super Sound http://www.facebook.com/watch/?v=1172461774971854
[5] DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 8 marzo 1999, n. 275 – Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, ai sensi dell’art. 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:presidente.repubblica:decreto:1999-03-08;275
[6] Intervista al presidente ANP Sardegna sulla Nuova Sardegna dell’8 febbraio 2026: https://www.lanuovasardegna.it/regione/2026/02/08/news/il-capo-dei-presidi-va-in-controtendenza-il-dimensionamento-scolastico-non-fa-danni-le-classi-nell-isola-sono-sempre-piu-vuote-1.100828733
[7] https://www.orizzontescuola.it/castellana-gilda-basta-burocrazia-e-dirigenti-imposti-dallalto-serve-contratto-separato-e-preside-elettivo-come-alluniversita-per-valorizzare-la-professione-insegnante-video-intervista/#:~:text=Preside%20elettivo%20e%20rinnovamento%20generazionale,docenti%20più%20anziani%20d’Europa.
